Come comunicare il vino italiano in Cina è una domanda legittima. Ma arriva quasi sempre troppo presto.
Prima di scegliere linguaggi e canali, una cantina deve sapere per cosa vuole essere scelta, da chi e a quale prezzo. È esattamente ciò che il mercato cinese, oggi più che mai, mette alla prova.
Meno litri, più valore
Nel 2025 le importazioni cinesi di vino sono diminuite del 26,7% in volume e del 14,6% in valore rispetto al 2024, secondo l’analisi dell’Organizzazione Interprofessionale del Vino Spagnolo (OIVE) sui dati delle dogane cinesi. Anche i consumi si contraggono: secondo l’OIV, nello stesso anno sono scesi del 13%.
C’è però un dato che cambia la lettura: il prezzo medio per litro del vino importato è salito del 16,5%.
La Cina importa meno vino, ma lo paga di più. Non è più un mercato in cui crescere per volumi. È un mercato in cui conta il valore percepito.
Dove si colloca il vino italiano
L’Italia è il quarto Paese fornitore, con un calo più contenuto di altri: -14,1% in volume, -15,5% in valore. Davanti ci sono l’Australia, che da sola vale il 41% delle importazioni in valore, la Francia e il Cile.
In occasione di Wine to Asia 2026 a Shenzhen, il presidente di ICE-Agenzia Matteo Zoppas ha ricordato che l’export di vino italiano verso la Cina vale oggi oltre 100 milioni di euro. È un segnale degli ampi margini di crescita, a condizione di una presenza strutturata.

Qualche segnale di movimento c’è già. Secondo dati Istat elaborati da WineNews, nei primi due mesi del 2026 l’export di vino italiano verso la Cina è cresciuto del 13,6%, a 10,6 milioni di euro. È un dato parziale, riferito a un periodo breve, che non basta per parlare di inversione di tendenza. Indica però che lo spazio esiste, per chi sa occuparlo.
Il nodo, a nostro avviso, non è la notorietà. È lo spazio: rispetto ai concorrenti, il vino italiano occupa in Cina una posizione ancora poco definita nella mente di chi compra.
L’origine italiana non basta
“Italiano” è un attributo, non un posizionamento. Lo condividono migliaia di etichette, centinaia di denominazioni e fasce di prezzo molto diverse.
Perché diventi una ragione di scelta, deve tradursi in qualcosa che il cliente possa riconoscere: un territorio, uno stile, un’occasione di consumo, un rapporto coerente tra qualità e prezzo.
Una denominazione prestigiosa o una storia familiare hanno grande valore per chi conosce già il vino italiano. Per chi non lo conosce, rischiano di non significare nulla.
La domanda da cui partire è concreta: perché un cliente cinese dovrebbe scegliere proprio quel vino, in quell’occasione e a quel prezzo?
Prima scegliere, poi comunicare
Scegliere il segmento. La Cina non è un mercato unico. Ristorazione di fascia alta, distribuzione moderna, e-commerce e canale regalo hanno pubblici, prezzi e criteri di scelta diversi. A Wine to Asia gli organizzatori hanno descritto un pubblico giovane della Greater Bay Area che inizia a vivere il vino come parte dello stile di vita, non soltanto come status. Un vino pensato per la ristorazione di alta gamma richiede una strategia diversa da un’etichetta destinata alla grande distribuzione.
Rendere la filiera una prova, non un elenco. Territorio, vitigni autoctoni, tecniche produttive e sostenibilità diventano argomenti di scelta quando spiegano che cosa cambia nel bicchiere e quando sono verificabili. Elencarli non basta.
Localizzare senza snaturare. Tradurre i contenuti in cinese è necessario, ma non sufficiente. Importatori, sommelier, ristoratori, piattaforme digitali e degustazioni guidate sono leve diverse. La scelta deve discendere dal segmento, non da una presunta preferenza universale del consumatore cinese.
Dalla fiera alla relazione
Fiere come Wine to Asia aprono incontri con importatori e distributori. Trasformarli in continuità richiede materiali commerciali adeguati, formazione sul prodotto e presidio delle relazioni. Richiede anche una verifica attenta di logistica, etichettatura e requisiti di importazione.
Gli indicatori devono seguire gli obiettivi. Chi entra per la prima volta misura i contatti qualificati e le opportunità sviluppate. Chi è già presente valuta la continuità degli ordini, il prezzo medio realizzato e la tenuta del posizionamento. Visualizzazioni e presenze in fiera raccontano una parte del percorso, non la sua solidità.
Dalla visibilità alla scelta
La Cina può essere un’opportunità, ma non è il mercato giusto per ogni cantina. È un mercato che premia la selezione: di segmento, di prezzo, di partner.
Per questo il lavoro non parte dalla comunicazione. Parte dal valore: capire che cosa rende distintiva una cantina, per chi quel valore è rilevante e quale promessa il prodotto può davvero mantenere. Solo dopo arrivano linguaggi, canali e strumenti.
Comunicare il vino italiano in Cina, in fondo, non significa raccontarsi di più. Significa farsi scegliere per le ragioni giuste.



